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giovedì 13 dicembre 2018

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Probita', dignita' e decoro degli avvocati anche nella vita privata

L'art. 5 del nostro Codice deontologico, imponendo all'avvocato di ispirare la propria condotta all'osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro, prevede, al secondo comma, l'apertura del procedimento disciplinare per fatti anche non riguardanti l'attività forense quando si riflettano sulla sua reputazione professionale o compromettano l'immagine della classe forense. Trattasi di norma in bianco che consente di ricomprendere i comportamenti riprovevoli più vari; norma ritenuta necessaria, perchè "una tipicizzazione rigida delle ipotesi regolate sarebbe eccessivamente analitica e riduttiva". Proprio il problema dell'indeterminatezza della norma e della invasione della vita privata dell'avvocato sono stati recentemente oggetto di esame da parte della giurisprudenza.
il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati infligge all'avv. Tizio la sanzione disciplinare della censura, avendo ritenuto che le sentenze dei giudici penali che, rispettivamente, avevano dichiarato non doversi procedere nei suoi confronti in ordine ai reati di molestie e ingiurie per intervenuta remissione di querela e lo avevano assolto dall'imputazione di tentata violenza privata, non potessero estinguere né scriminare comportamenti sanzionati dal codice deontologico dal momento che essi, pur avendo valenza squisitamente personale, avevano inevitabilmente colpito la reputazione professionale dell'iscritto e compromesso l'intera classe forense. Il Consiglio Nazionale Forense rigetta il ricorso di Tizio, sul rilievo che l'art. 5 del codice deontologico, di cui era stata chiesta la disapplicazione, non configgeva con il diritto al rispetto della vita privata e familiare sancito dall'art. 8 C.E.D.U.. Ricorre per cassazione l'avv. Tizio, censurando la decisione impugnata perchè, violando l'art. 112 c.p.c., non avrebbe affrontato la verifica della correlazione e incidenza del disposto dell'art. 5, comma 2 codice deontologico con l'art. 8 C.E.D.U., secondo cui il diritto della persona al rispetto della vita privata e familiare, costituendo uno dei diritti fondamentali della persona, non può subire ingerenza da parte di una autorità pubblica, a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge quale misura necessaria in una società democratica per garantire la sicurezza nazionale, la pubblica sicurezza, il benessere economico del paese, la protezione della morale pubblica o per la tutela dei diritti altrui.
Rigettando il ricorso, la Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, con sentenza 27 settembre – 7 novembre 2011, n. 23020, Presidente Vittoria, Relatore Massera, dopo aver rilevato che quella della norma in bianco costituisce una "tecnica normativa comunemente applicata nella materia disciplinare, che è stata ritenuta non contrastante con i principi costituzionali, perchè "la predeterminazione e la certezza dell'incolpazione ben può ricollegarsi a concetti diffusi e generalmente compresi dalla collettività in cui il giudice opera e perché all'esercizio del potere disciplinare, quale espressione di potestà amministrativa, sono estranei i precetti costituzionali concernenti la funzione giurisdizionale" (cfr. Cass. Sez. Un. 5 dicembre 2007, n. 37), ha chiarito che, se è pur vero che l'art. 8 C.E.D.U., assicurando ad ogni persona il diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza, vieta ingerenze anche da parte di un'autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto, fatti salvi il caso di esplicita previsione normativa e la necessità per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui," tuttavia "la norma in esame non è certo di ostacolo al perseguimento dei reati e, di conseguenza, anche degli illeciti disciplinari. Essa inibisce indebite intrusioni e aggressioni alla sfera privata e familiare delle persone, ma lascia integro il potere - dovere delle autorità competenti di valutare e, occorrendo, sanzionare comportamenti che si pongano in contrasto con i rispettivi ordinamenti".

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