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mercoledì 17 gennaio 2018

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Non basta la laboriosita', ma occorre la prova dell'inevitabilita' del ritardo

Rigettando il ricorso avverso la sanzione disciplinare della censura, inflitta al magistrato ricorrente, ritenuta responsabile dell'illecito disciplinare di cui agli artt. l e 2, comma l, lett. q), d.lgs. n. 109/2006, "perché nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni, ritardava in modo reiterato, grave ed ingiustificato il deposito di numerosi provvedimenti", la Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, con sentenza 4 ottobre – 3 novembre 2011, n. 22729, Presidente Vittoria, Relatore Merone, dopo aver rilevato che "per escludere l'illecito, non è sufficiente la prova della laboriosità, ma occorre la prova concreta e specifica della inevitabilità del danno", ha richiamato il principio secondo cui "in tema di illeciti disciplinari riguardanti magistrati, la fattispecie prevista dall'art. 2, comma l, lett. q) dell'art. 2 del d.lgs 23 febbraio 2006 n. 109 punisce il ritardo grave e reiterato nel deposito delle sentenze e dei provvedimenti, mentre l' "assenza di giustificazioni" non configura un elemento della condotta sanzionata, ma una causa di esclusione della punibilità disciplinare che richiede, per essere integrata, l’inesigibilità, da verificare in concreto, di una condotta diversa e, quindi, la dimostrazione dell'inevitabilità del ritardo grave, malgrado il magistrato abbia fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per evitarlo. In tale prospettiva, quindi, anche una lodevole laboriosità non può costituire una causa di giustificazione utile ad escludere la sussistenza dell'illecito in questione" (Cass. 7193/2011).

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