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mercoledì 17 gennaio 2018

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La tutela del lavoratore fra diritti di credito e diritti della personalitą

 

Nell'ambito di una controversia fra un medico e la ASL, il giudice del lavoro emetteva un provvedimento ex art. 700 c.p.c. di reintegra nel posto di lavoro e nelle funzioni. La ASL ometteva la reintegra, pur continuando a corrispondere regolarmente lo stipendio. Il direttore generale ASL veniva imputato e dichiarato colpevole del reato di cui agli artt. 388 e 61 n.9 c.p..
Accogliendo il ricorso dell'imputato, la Corte di Cassazione, sez. VI Penale, con sentenza 19 giugno - 6 settembre 2012, n. 33907, Presidente De Roberto, Relatore Di Salvo ha affrontato il problema della corretta interpretazione dell'art. 388 co 2 c.p. "nella parte in cui punisce la condotta di chi eluda l'esecuzione di un provvedimento del giudice civile che prescriva misure cautelari a difesa del credito, essendo pacifica l'estraneita' della materia all'ambito dei diritti reali e del possesso". In particolare, secondo la Corte, "occorre stabilire quale sia l'esatto significato da attribuire all'espressione "a difesa del credito". 
Dopo aver premesso che "il concetto di credito ha, nel tessuto dell'ordinamento, una valenza ben precisa, enucleabile dalle categorie del diritto civile" per il quale "I diritti di credito sono diritti relativi in quanto ..nascono da un rapporto obbligatorio e competono al soggetto che, nell'ambito di quest'ultimo, assume la posizione attiva", la Corte ha osservato che, alla stregua della "tecnicita' del lessico utilizzato dal legislatore, nel parlare di proprieta', di possesso e di credito, e' da ritenersi che l'art. 388 cp mutui dal diritto civile il proprio apparato concettuale" e che quindi "rientrano nell'ambito di applicabilita' della norma i diritti di credito stricto sensu .. e non tutte le situazioni in cui un soggetto possa pretendere un certo comportamento da un altro soggetto, sulla base di un diritto non qualificabile come diritto di credito" (cfr. Cass. Sez 6, 19-4 2012, Sisti, secondo cui non costituisce misura a tutela del credito il provvedimento con cui il giudice intimi la cessazione dell'attivita' di concorrenza sleale (art. 2598 cod. civ.). Sicche', secondo la Corte, va ribadita la tesi prevalente secondo cui "nell'ipotesi in cui il datore di lavoro, a seguito dell'ordine di reintegrazione di un lavoratore emesso dal giudice, corrisponda la retribuzione al lavoratore, senza consentirgli lo svolgimento della prestazione lavorativa, ..non e' configurabile il delitto di cui all’art. 388 co. 2 c.p., in quanto l'interesse ad eseguire la pattuita prestazione della propria attivita' lavorativa non puo' configurarsi, per il lavoratore, come diritto di credito. La prestazione dell'attivita' lavorativa costituisce infatti oggetto non di un diritto ma di un dovere a carico del lavoratore. Esiste invece un diritto del lavoratore alla tutela della propria dignita' e della propria immagine professionale, che pero' forma oggetto non di un diritto di credito ma di un diritto della personalita'"(cfr. Cass. Sez. 3, 23 -6-75, Preziuso, Giust. Pen 1976, 2, 276; Cass., Sez. 6, 16-4-1982, Pellegrino, Cass. pen. 1983, 1769).

 

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