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mercoledì 17 gennaio 2018

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Diffusione delle sentenze: una battaglia di civiltą contro l'ignoranza e il monopolio degli editori

In materia di informazione giuridica vi è molta confusione. In particolare, molti ritengono che la disciplina della privacy imponga un generalizzato divieto di pubblicare le sentenze integrali, con il nome delle parti. Se ciò fosse vero, la difficoltà pratica di cancellare i nomi delle parti, costituirebbe ostacolo insormontabile alla massiva pubblicazione dei provvedimenti giurisdizionali. Tale giustificazione, infatti, è spesso addotta dai responsabili degli uffici giudiziari per replicare alle richieste degli avvocati di pubblicazione sui siti istituzionali delle decisioni dei giudici, consentendo in tal modo una più diffusa conoscenza della giurisprudenza locale. A tale situazione di oggettiva dipendenza degli avvocati dalle case editrici, cui è affidato il monopolio della giurisprudenza, occorre porre rimedio. Innanzitutto facendo chiarezza. A tal fine, la cosa più tranquillizzante è riportare le stesse parole del GARANTE PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI che, consapevole che "la diffusione dei provvedimenti giurisdizionali costituisce fonte preziosa per lo studio e l'accrescimento della cultura giuridica e strumento indispensabile di controllo da parte dei cittadini dell'esercizio del potere giurisdizionale", con provvedimento 2 dicembre 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 2 del 4 gennaio 2011, ha emanato le "linee guida in materia di trattamento di dati personali nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica", utili per uffici giudiziari, editori di riviste giuridiche specializzate e per ogni altro soggetto, pubblico e privato che intenda fare informazione.
Principio generale è che la diffusione, in modo integrale, delle sentenze e degli altri provvedimenti del giudice anche su siti internet è non solo consentita, ma altamente auspicata (art. 51, comma 2). A tale generalizzata libertà di informazione giudiziaria vi sono solo alcuni casi specifici e ben delimitati, in cui la privacy prevale. Casi nei quali i provvedimenti potranno egualmente essere diffusi, ma eliminando le generalità e agli altri elementi identificativi delle parti. Tali ipotesi sono poche e ben delimitate:
a) se, in accoglimento di motivata istanza dell'interessato, la sentenza contiene la specifica indicazione di "omettere le generalità e gli altri dati identificativi di..." (del richiedente)
b) se trattasi di sentenza che coinvolga un soggetto minorenne o riguardi rapporti di famiglia (matrimonio e sue vicende, filiazione, adozione, ordini di protezione contro gli abusi familiari) o questioni di stato civile delle persone (azioni di stato, richieste di rettificazione di sesso).
c) se trattasi di sentenza concernente atti di violenza sessuale di cui all'art. 734-bis c.p (limitatamente alle generalità della parte offesa).
In particolale, il Garante ha evidenziato che è lo stesso codice a garantire la tutela dei diritti e della dignità degli interessati, prevedendo, all'art. 52 commi da 1 a 6, una particolare procedura "attraverso la quale ogni interessato (prima che il procedimento in corso si concluda) può chiedere, con istanza (motivata) depositata presso la cancelleria o segreteria dell'ufficio giudiziario avanti al quale si svolge il giudizio, che le sue generalità e ogni altro dato idoneo a identificarlo siano omessi in caso di riproduzione del  provvedimento" per fini di informazione giuridica. Se accoglie l'istanza, l'Autorità giudiziaria procedente dispone, con decreto, in conformità (art. 52, comma 2), in modo che tutti gli interessati alla diffusione del provvedimento possano essere edotti della necessità di "oscuramento" dei dati. La norma prevede anche la possibilità che, eccezionalmente, sia la stessa Autorità giudiziaria a disporre, di ufficio, l'annotazione, senza richiesta di parte, in presenza di dati particolarmente sensibili (ad esempio, in ambito familiare o lavorativo, relativamente ai dati idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale degli interessati, ex art. 4, comma 1, lett. d) del Codice). Emesso il decreto, "spetta alla cancelleria o alla segreteria giudiziaria darvi esecuzione, apponendo sull'originale del provvedimento, all'atto del deposito, un'annotazione che riporti l'indicazione dell'art. 52 del Codice e la dizione: "In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di ..."; indicazione che ha lo scopo di escludere che il divieto possa essere esteso a ipotesi di diffusione diverse rispetto a quella della riproduzione del provvedimento per finalità di informazione giuridica" (art. 52, comma 3).
Al fine di evitare equivoci e sgomberare il campo da ingiustificati allarmismi da parte di giudici e cancellieri, il Garante avverte che "oltre all'obbligo ora evidenziato, non emergono ulteriori incombenti a carico degli uffici giudiziari. In particolare, non incombe sulle cancellerie e segreterie l'onere di cancellare materialmente i dati dell'interessato sulle copie dei provvedimenti rilasciate a chi ne abbia diritto e che riportino la menzionata annotazione".
Sicchè "Spetta a chi riceve la copia provvedere all'omissione dei dati ove intenda riprodurla e diffonderla per finalità di informazione giuridica". Analogo discorso va fatto per i lodi arbitrali (art. 52, comma 6). In tal caso l'annotazione va apposta su tutti gli originali.
Il comma 5 dell'art. 52 del Codice pone uno specifico divieto limitatamente alla diffusione dei dati dei minori e delle parti nei procedimenti giudiziari in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone.
Si tratta di una tutela operante "in ogni caso", ancorché manchi l'annotazione di cui al comma 2 dell'art. 52, e che impone di omettere non solo le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti tutelati, ma anche gli "altri dati anche relativi a terzi dai quali può desumersi anche indirettamente l'identità" di tali soggetti.
Soggetti tutelati sono i minori coinvolti in qualunque tipo di procedimento giudiziario e le sole parti (non anche i "terzi", come ad esempio i testimoni), limitatamente ai procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato civile delle persone di cui al Libro I del Codice Civile.
Alla tutela in esame si aggiunge a quella prevista dall'art. 734-bis c.p. , che vieta la "divulgazione delle generalità o dell'immagine di persona offesa da atti di violenza sessuale".
Dopo tali autorevoli chiarimenti, tenuto conto dei limitati confini in cui la privacy è operante (minori, famiglia e violenza sessuale) è auspicabile che i responsabili della giustizia ordinaria vogliano finalmente seguire l'esempio dei giudici amministrativi e procedere rapidamente alla pubblicazione delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali sui siti istituzionali, nella consapevolezza che, in una società democratica è essenziale, per i cittadini e ancor più per gli avvocati, avere la possibilità di conoscere l'interpretazione delle leggi offerta dai giudici, senza dover dipendere dalle scelte (e dai costi) degli editori.

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